Il mio messaggio dentro una bottiglia

 Travolta,  forse è questo il termine più opportuno.
La tempesta non mi ha sorpresa più di tanto. In realtà me l’aspettavo.
Il vero problema è che sembra non cessare mai.
Insomma, non si tratta di una vera e propria tempesta. Forse è più una stagione dei monsoni, questa. Una stagione che dura più stagioni.
Ed io sto ancora lassù, in cima ad un baobab, nonostante la mia paura delle altezze. E non mi limito a star su abbarbicata a mo’ di koala, sgranocchiando eucalipto (che, giusto per essere precisi, è estremamente tossico e, di certo, non si trova sui baobab).  No, continuo a costruire la mia mongolfiera, quella mongolfiera  che mi permetterà di volare via, via da questa tempesta che, con tutta la sua forza, rischia di buttarmi giù dal baobab.
Combatto ogni giorno, imprecando contro i venti avversi,  fingo sicurezza con quelle poche persone che tremano abbracciate ad un albero, gli occhi che non sanno più a chi rivolgersi, esattamente come me.
Ma devo ammetterlo, nonostante le vertigini, non si sta poi così male quassù.
Ho un barattolo in mano, legato con un filo rosso, che mi permette di comunicare con chi, la tempesta, non la sente affatto.
C’è chi si arrampica, poi, per un sempre troppo breve momento, per portarmi una cupola che mi impedisca di sentire i venti.
Ci sono gli altri abbraccia-alberi che mi vedono forte, ma una pacca sulla spalla, a modo loro, cercano di darmela comunque.
 
“Giulia, vedi di finire in fretta così te ne potrai andare, da tutto questo.. Potrai avere una vita tua.”
 
Alle volte temo di sfilacciarmi piano piano, come un elastico teso troppo e troppo a lungo.
Ma sono forte.
Forte.
Forte.
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Caccia alla volpe

 Lo so, sembrerà scontato.
Vedendo la miriade di citazioni feisbucchiane, probabilmente chiunque ormai conosce Il Piccolo Principe. O per lo meno ha letto e condiviso i brani principali. Tra cui un famoso dialogo tra il bimbo biondo ed il canide fulvo.
Ma,  parliamone, qualcuno ha mai pensato a quella povera sfigata della volpe?
No, perché, personalmente, un minimo di sconvolgimento emotivo, l’ho avuto.
Insomma quella cosa che pare gastrite e che ti lascia un po’ tra l’amaro in bocca e le farfalle (morte) nello stomaco. Quel rigagnolo di brividi che invece di salire scende, mentre la tua mano si porta sopra la fronte, e si richiude sulle ciocche di capelli che sparano un po’ dove vogliono loro.
Perché la volpe si fa addomesticare?
Se ne sta lì, bella beata, a godersi il sole in quel prato che ha tutta l’aria di essere soffice soffice. Ma soprattutto, è libera. Libera come l’aria, scevra da ogni preoccupazione che non riguardi una sorta di vita vegetativa, per poi…
Farsi accalappiare da un biondino, col viso da angelo.
E l’uso del verbo “fare” è determinante, perché è lei stessa a far sì che lo svampito biondino si renda unico, indispensabile.
La addomestichi.
Che mi ricordi, da bambina, ho sempre provato una sorta di incredulità, arrivata a questo punto del libro.
Non riuscivo a capire quale malsana tendenza autolesionista spingesse quella palletta di pelo a rinunciare alla sua indipendenza per un bambino, per giunta stralunato, che, un giorno, l’avrebbe lasciata. Sicuramente lasciata. Non era nemmeno di quel pianeta.
La cosa buffa, poi, è che, col tempo, un po’ tutti finiamo come la volpe.
Ma la cosa ancora più assurda è che non ci facciamo “addomesticare” una volta sola, no.
Siamo recidivi.
E, nonostante sappiamo già che, presto o tardi, ripeteremo (di nuovo) tutta la trafila, ci ostiniamo a dichiarare disfatta.
Cerchiamo di convincerci che non accadrà mai più, che abbiamo chiuso.
Passano settimane/mesi/anni in cui ritroviamo noi stessi, la nostra libertà.
Finché, qualcuno bussa alla porta. Qualcuno che non si riesce subito a respingere, come i precedenti.
Qualcuno. Che diventa uno. Che diventa il.
Morsa allo stomaco.
Paura. Ecco cos’è.
È che se finalmente ti ritrovi, poi è ovvio che non vuoi perderti. Non di nuovo.
Legarsi, alla lunga, ha sempre significato anche questo: passi indietro. Cambiamenti. Insoddisfazione.
Perché stavolta dovrebbe essere diverso?
Perché farsi addomesticare di nuovo?
E allora diamo la colpa a Il Piccolo Principe. Diamo la colpa a quella dedica scritta in prima pagina, 16 agosto 1996.
A quella sciocca bambina che sogna. A quella volpe masochista che, pur avendo il cuore spezzato, ci guadagna “il colore del grano”.
Il colore del grano, già.
Maledetta volpe.

SottoarpoS

 Chiamatemi Replay.
Scrive cancella e riscrive.
Alle elementari era un po’ il mio incubo, perché essendo mancina (per scelta, ma questa è un’altra storia), nonché impugnando la penna come se volessi accoltellare il foglio (cosa che faccio ancora), mi trovavo sempre mezza frase tatuata sul fianco della mano.
Attualmente è diventato, pare, il mio stile di blogger. Sono arrivata ad un totale di cinque Bozze. Più una serie di articoli cancellati di cui, considerando che ho la memoria effettiva di un pesce rosso, non ricordo il numero. Né il titolo. Né tanto meno di cosa trattavano.
Ogni volta che scrivo, lo faccio come sempre, di getto. Poi rileggo. E tutto mi sembra così distante, estraneo.
È che il mondo sta andando al contrario.
Insomma, il Nobel per la Pace vuole bombardare la Siria!
Non che, nel mio piccolo mondo iperuranio, le cose siano state mai particolarmente, come dire, diritte.
Straight. Che poi, vuol dire tutto, o niente.
Il mio mondo va così, con me che non mi sento più sola, paradossalmente da quando sono single.
Con i nuovi incontri che si rivelano molto più significativi, veri e, soprattutto, sani di amicizie coltivate per un decennio.
E le persone che sento ogni giorno abitano a km e km di distanza, mentre quelle dietro casa non danno segni di vita.
Giorni in cui, per concentrarmi, ho perennemente le cuffiette dell’mp3 (sì, avete letto bene, mp3, non I-melasmangiucchiata) conficcate nel cranio. Mi metto persino a canticchiare sottovoce.
E notti in bianco a sommergere uno sconosciuto di parole, mostrandomi davvero per come sono.
Messaggi di auguri da chi non ti aspettavi più nulla, sia in positivo che in negativo.
Chat frenetiche e quotidiane, tra i due lati del globo, interrotte solo dal fuso orario, cui nemmeno i germi influenzali mi fanno rinunciare.
Il mio mondo virtuale è diventato reale.
Il tutto è abbastanza destabilizzante, vi dirò. Ma assolutamente geniale.
Benvenuta nella tua nuova era, venticinquenne!
3, 2, 1… Pubblica!

Par apparì, bison suffrì

 Ovvero, “Per apparire, bisogna soffrire”.
E quanto è vero?
Ma, soprattutto, perché lo facciamo faccio?
Avevo un’arcata dentale perfetta. Con i suoi bei soldatini in armatura bianca in riga, pronti ad affrontare qualsiasi cosa avessi deciso di mordicchiare. Dalle Bic (lo so, non è una cosa molto fine), alle unghie (il panico, signori, e le mie mani subiscono), ai bastoncini di liquirizia, le caramelle, food più o meno junk. Insomma, tutto. Tagliavo perfettamente anche lo scotch.
Finché non ho messo su Giudizio. E mettendo su Giudizio, si sa, Bellezza passa in secondo piano.
Infatti quei maledetti denti hanno scombinato un po’ l’assetto militaristico delle mie due arcate, spintonando i soldatini che sono andati a cozzare lievemente l’uno contro l’altro.
Nessun problema, finché non mi è venuta la fissa, seguita dalla malsana idea di far controllare la situazione da un’Ortodonzista.
Vanità di vanità.
Ovviamente lei, professionale, aveva la soluzione pronta.
E fatti prendere ste due impronte, no?
Arriviamo quindi ad oggi, un mese dopo aver rischiato il soffocamento dall’alginato che mi ha piazzato in bocca per le impronte.
Sono arrivate loro. Le mascherine.
Trasparenti come gocce d’acqua.
Avete presente i gusci per gli smartphone? Le cover dei vecchi Nokia 3310?
Ecco, il funzionamento è quello.
Solo che non sono perfettamente sagomate sulla mia arcata dentale, ma leggermente spostate.
Così, anche i denti si muovono di conseguenza, ritrovando il loro naturale equilibrio, senza lo yogurt della Marcuzzi.
In compenso fanno un male cane.
La tentazione iniziale era quella di staccarmele e darle in pasto ai pesci. Solo che non c’è il mare.
La seconda idea è stata quella di trovare un metodo per staccarmi tutti i denti e appoggiarli sul comodino, come se avessi la dentiera.
Per giunta, all’inizio parlavo come Paperino. Adesso parlo perfettamente.
Forse ho addirittura migliorato la mia pronuncia dell’inglese.
God save me from my teeth vanity!

#1 Il caffè dello studente

 Se devo essere sincera, non sono una patita del caffè.
Un po’ perché a me la caffeina, se assunta al mattino o subito dopo pranzo, fa esattamente l’effetto opposto. Mentre la camomilla mi tiene sveglia tutta la notte.
Sono fatta strana, lo so.
Un po’ perché non frequento bar. E le macchinette universitarie sputacchiano una brodaglia nerastra che non mi esalta particolarmente.
Insomma, la bevanda in sè non è che mi faccia proprio impazzire. Quello che amo è, invece, il momento.
Per dirla all’orientale, la cerimonia del caffè.
Non parlo del caffè sociale, quell’angoletto di ritrovo con le sue apprezzabili ma diversissime implicazioni.
Parlo della mini-caffettiera da due, l’ancora di salvezza dal tedio dello studio del weekend.
Il rito del versare l’acqua fino alla valvola, infilare mano e cucchiaino nella busta di alluminio e rovesciarne con cautela la polvere che, puntualmente, finirà un po’ sul bancone.
Aspettare quei pochissimi minuti finché una fumata bianca di vapore non erutterà dal beccuccio, accompagnata da un borbottio sommesso, che chiede di spegnere il fornello.
La tazzina preferita, giallognola, leggermente scheggiata, con i suoi occhi assonnati e il naso tondo prominente.
E, mentre l’aroma di caffè riempie tutta la cucina, aggiungere abbondanti cucchiaiate di zucchero di canna e mescolare, facendo tintinnare la ceramica.
Uno, massimo, due biscotti secchi banalissimi, da sbocconcellare piano piano, cogliendo l’attimo esatto in cui estrarli dall’ancora fumante bevanda.
Lo stordimento delle mie fin troppo sensibili papille gustative, quella sferzata brutale resa accettabile solo dall’eccessiva quantità di zucchero ambrato in cui, per ripicca, ho dovuto affogare il sapore deciso della miscela pura arabica.
Probabilmente è una bestemmia, per un’italiana come me. Ma devo ammettere che, addirittura, quasi preferisco il caffè americano. A mia discolpa posso dire che fisicamente esprimo al meglio il ramo straniero della famiglia.
Infine, i granelli di zucchero sul fondo.
La parte che preferisco, in effetti. Mi ricorda la crema di caffè casalinga che faceva mia zia la domenica, dopo il lauto pranzo dai nonni. Le risate e la sfida tra noi bambini per ottenere la gigantesca tazza in cui veniva preparata.
Ecco, questa è la mia cerimonia del caffè.
Il momento in cui tutte le preoccupazioni universitarie di mancanza di tempo fisico, piuttosto che ansia data dalla pressochè totale incomprensione della materia, abbandonano, per un attimo, il mio mondo.
Pausa.
Lavo la tazzina, metto in ordine.
Play.

Quando il PizzaBoy presume

“Pizzeria da Barbara, mi dica”
“…”
“Pronto?”
“Sì, scusi forse ho sbagliato.. È la Pizzeria la Favola?”
“Sì, La Favola, da Barbara. Fa lo stesso”
“Ah, no perché avevo un vostro volantino… Antiquato, pare”
 Effettivamente, non era cominciata nel migliore dei modi.
Non avevo nemmeno voglia di pizza. O meglio, non volevo mangiarla.
Perché per me, rinunciare alla pizza è peggio che andare sulla cima della Tour Eiffel. Per me, che soffro di vertigini e per cui, tra parentesi, inerpicarmi su quel traliccio di ferro arrugginito ondeggiante non ha nulla di romantico.
Penso che il tutto dipenda da mia madre, che si è sparata fin troppo spesso Pizza&Birra nell’arco dei nove mesi in cui ero lì, placida e più o meno tranquilla, a ciondolarmi nel suo ventre.
Eppure, non volevo mangiare la pizza.
Solo perché sentivo il lievito anche nel mio lato B. E quando una donna sente lievitare il proprio lato B, non c’è specchio, parere maschile o bilancia che tenga. Diventiamo insopportabilmente fissate.
Ma, nonostante questo, avevo comunque dovuto ordinarla, perché padre e sorella erano in necessità di carboidrati.
Avevo scelto due pizze a caso, pensando ai gusti dei due affamati. Scanditi gli ingredienti uno ad uno, perché cambiando nome avevano cambiato anche pizze, avevo agganciato il telefono e mi ero messa ad apparecchiare. E a preparare la fin-troppo-sana-insalatona che mi spettava per pranzo.
Il dopo si è svolto più o meno come sempre.
Citofono.
Mezzo infarto da parte mia.
Cani scodinzolanti.
“Mi spiace, ho solo il 50, dovresti cambiarmelo”
“Non posso. Ho solo 2€”
No, frena il cavallo.
Possibile non avere il resto? Possibile presumere che io abbia i soldi contati?
Corsa in casa ho ravanato ovunque. Cassetti, jeans, borse, scrivania. Sono arrivata quasi alla cifra giusta, mancava un euro.
“Che facciamo?”
“Non so, se vuoi andiamo a cambiarli assieme.”
Corri in casa, liberati dell’enorme maglia da uomo e mettine una più consona, indossa le prime scarpe che trovi, prendi la borsa, i 50€ e corri fuori.
E dunque eccomi lì, nella macchina di Marco(?), la musica a palla, parlare del tempo, scherzare sull’accaduto.
Finché, tornata a casa, ho trovato i due affamati e mio padre ha avuto anche il coraggio di rimproverarmi, perché non avevo ancora finito di apparecchiare. E mi sono accorta di non avere il reggiseno.
Holy s**t!

Dear Mr Whites

 
Caro Ciao.
 Sto facendo un po’ di pulizia nella mia stanza, su Facebook, persino su WhatsApp.
Sto andando avanti, penso.
Ho lasciato che certe persone uscissero dalla mia vita, poi ho cambiato serratura.
È probabile che qualcuno di loro non se ne sia ancora accorto. Ad ogni modo, non credo che tornerà più.
Non è stato facile, qui senza di te.
E so bene che queste parole, dette da chi l’ha fatta finita, suonano come cacofonia allo stato puro. Unghie sulla lavagna, gessetti che si spezzano. Insomma, qualcosa che proprio non si può sentire.
Non sono la donna di ghiaccio che hai voluto vedere. Mi spiace.
È stata dura anche per me. È dura.
So che stai andando avanti, anche tu, che la tua vita è rimasta quella e ne sono felice. In realtà continuo a pregare perché migliori, ma se a te va bene anche così, tanto meglio.
Mi spiace davvero che non abbia funzionato.
Altre unghie sulla lavagna, lo so.
Abbiamo messo entrambi le nostre energie in quella relazione. Forse ne abbiamo messe troppe.
Forse eravamo sconfitti in partenza. Avrei dovuto accorgermene prima.
L’amore non basta.
Mi hai aperto gli occhi allora, mi hai fatto capire perché continuavo a sentirmi inadatta, nonostante ti amassi.
Perché sì, ti ho amato tanto.
Qualcuno dice che, in realtà, ti amo ancora. Sinceramente, non lo so.
Ma non fa poi tanta differenza.
Ormai sono uscita dalla tua vita. Ed intendo rimanerne fuori, non temere.
Per questo scrivo in un luogo in cui c’è una possibilità pari a zero che tu venga a trovarmi.
Lascio il passo alle persone che ormai ti circondano.
Lei è proprio una stronza, però, concedimelo. Forse sai di chi parlo.
Ma è una stronza con me, per cui con te non dovrebbero esserci problemi.
Anche perché deduco che tu le piaccia molto.
E no, non sono gelosa. Ironia della sorte, avevo già ipotizzato di essermi infilata tra voi, come uno spiffero sotto la porta.
Ragionandoci, credo di essermi ritrovata in mezzo per quasi la totalità della mia vita.
Tra uno e la sua migliore amica zoccola, tra l’altro e il genere femminile, tra l’altro ancora ed il suo Ego. E ora, forse, anche tra voi.
Se non ricordo male, ti avevo accennato il problema una volta. Tu avevi sorriso, poi avevi detto qualcosa di buffo.
Spesso mi manca tutto questo.
Anche se ho provato a negarlo. Anche se mi mostro sempre impassibile e sorrido come al solito.
Anche se ho fatto la cosa giusta.
Vorrei urlare. A volte lo faccio.
Persino tra le braccia di qualcuno, il che è strano per me, che non ho mai voluto che nemmeno tu mi vedessi piangere.
Sto imparando ad essere fragile.
Accetto il fatto di aver abbandonato la nave. Ma anche di aver provato a salvarla.
Mi prendo le mie responsabilità.
E ti auguro ogni bene.
    
Giulia