Il mio messaggio dentro una bottiglia

 Travolta,  forse è questo il termine più opportuno.
La tempesta non mi ha sorpresa più di tanto. In realtà me l’aspettavo.
Il vero problema è che sembra non cessare mai.
Insomma, non si tratta di una vera e propria tempesta. Forse è più una stagione dei monsoni, questa. Una stagione che dura più stagioni.
Ed io sto ancora lassù, in cima ad un baobab, nonostante la mia paura delle altezze. E non mi limito a star su abbarbicata a mo’ di koala, sgranocchiando eucalipto (che, giusto per essere precisi, è estremamente tossico e, di certo, non si trova sui baobab).  No, continuo a costruire la mia mongolfiera, quella mongolfiera  che mi permetterà di volare via, via da questa tempesta che, con tutta la sua forza, rischia di buttarmi giù dal baobab.
Combatto ogni giorno, imprecando contro i venti avversi,  fingo sicurezza con quelle poche persone che tremano abbracciate ad un albero, gli occhi che non sanno più a chi rivolgersi, esattamente come me.
Ma devo ammetterlo, nonostante le vertigini, non si sta poi così male quassù.
Ho un barattolo in mano, legato con un filo rosso, che mi permette di comunicare con chi, la tempesta, non la sente affatto.
C’è chi si arrampica, poi, per un sempre troppo breve momento, per portarmi una cupola che mi impedisca di sentire i venti.
Ci sono gli altri abbraccia-alberi che mi vedono forte, ma una pacca sulla spalla, a modo loro, cercano di darmela comunque.
 
“Giulia, vedi di finire in fretta così te ne potrai andare, da tutto questo.. Potrai avere una vita tua.”
 
Alle volte temo di sfilacciarmi piano piano, come un elastico teso troppo e troppo a lungo.
Ma sono forte.
Forte.
Forte.
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Tra una pedalata ed un “wtf?!”

 Arriva il momento (spesso e volentieri) nella vita di ogni donna in cui ci si guarda allo specchio e…
“Mh… devofarequalcosaaltrimentimicadràilculo!”
Così, dopo aver fatto ben due bucati, lavato a mano una quantità di vestiti estivi che, ahimè, sembra proprio non debbano servirmi più, steso, stirato, .. Dov’ero rimasta? Ah sì.
Ho riesumato dall’armadio un paio di pantaloncini, reggiseno sportivo, canottierina dei pirati, felpa dell’Everlast.
Pronta.
Apro la porta e.. Diluvia.
Ovvio, pare ovvio.
MA io ho il tapiro (=tapis roulant).
Scendi, ciapa il pesante attrezzo dall’angolo e convincilo con movimenti poco appropriati a spostarsi.
Non si accende.
“Ma come, è morto il tapiro?”
sorella: “È più di un mese che è deceduto, ormai…”
 
Ciò denota quanto io ami correre in genere.
Datemi una piscina e non faticherei a stare in forma.
A questo punto, cosa resta quando piove, il tapiro decide di morire e devifarequalcosaperchéormaiseivestitadasport?
Resta lei.
Lo strumento più amato dalle casalinghe mature.
La cyclette.
Davanti alla tv ovvio. Da vecchia dentro, proprio.
Insomma, se fai una cosa, la fai bene.
Ho messo su Mtv, “che così ci sono le canzoni”.
Si vede che non guardo spesso la tv, vero?
Innanzitutto è partito un meraviglioso programma didattico. 16 anni e incinta. Anche se, in realtà era più un “16 anni in cinta, il ritorno” perché raccontavano di come si fossero evolute le cose per le teenmom “più famose della serie”.
E tra un matrimonio con divorzio due anni dopo, una partenza per il militare, bambini di un anno, lacrime lacrime e lacrime.
Seguito da FriendZone il programma che permette di “uscire allo scoperto”, con il/la proprio/a migliore amico/a. Il primo tizio un fiasco totale, il secondo un successo stravolgente. Non ci sono più le mezze misure, pare.
Ma vogliamo parlare delle infinite pubblicità?!
Devo ammetterlo, tra queste ci sono delle vere perle.
Come i Servizi in abbonamento.
Nel giro di cinque minuti…
Manda un sms con FIGLI spazio TUO NOME e scopri subito quanti figli avrai
Prego?
E col Servizio in Abbonamento, che ti mandano? Il nome, il colore degli occhi, che università frequenterà?!
Chissà quando la persona dei tuoi sogni ti sposerà.
Se è dotato di buon senso mai. Fuggi personadeituoisogni, fuggi.
Manda un sms con TUO NOME spazio NOME DEL TUO AMORE. Il servizio funziona anche se non siete ancora fidanzati!
Ma pensa, ero convinta andassero a controllare.
Continuerò a non guardare la tv.

Il giorno libero

 In qualche parte d’Italia, alle 6.30 del mattino, un uomo si sveglia per telefonare alla sua fidanzata/amica/amante/? e scusarsi con lei per ciò che è successo la notte prima. E sa che dovrà lottare contro il proprio nervosismo per digitare correttamente il numero sulla tastiera.
 In un paesello sperduto tra i campi, alle 6.30 del mattino, la julz viene svegliata bruscamente da una telefonata e, imprecando, dopo sole due ore di sonno, investe il gatto per andare a rispondere al telefono nella stanza accanto, E sa che dovrà lottare contro il proprio rincoglionimento mattutino per comprendere che diamine le sta dicendo l’uomo al telefono, ma soprattutto per fargli capire che ha sbagliato numero.
Ora, non importa se tu hai combinato un casino e se non sei riuscito a chiudere occhio. La cosa veramente importante è che ti impari sto benedetto numero di telefono e mi lasci dormire.
Roar.

Quando il PizzaBoy presume

“Pizzeria da Barbara, mi dica”
“…”
“Pronto?”
“Sì, scusi forse ho sbagliato.. È la Pizzeria la Favola?”
“Sì, La Favola, da Barbara. Fa lo stesso”
“Ah, no perché avevo un vostro volantino… Antiquato, pare”
 Effettivamente, non era cominciata nel migliore dei modi.
Non avevo nemmeno voglia di pizza. O meglio, non volevo mangiarla.
Perché per me, rinunciare alla pizza è peggio che andare sulla cima della Tour Eiffel. Per me, che soffro di vertigini e per cui, tra parentesi, inerpicarmi su quel traliccio di ferro arrugginito ondeggiante non ha nulla di romantico.
Penso che il tutto dipenda da mia madre, che si è sparata fin troppo spesso Pizza&Birra nell’arco dei nove mesi in cui ero lì, placida e più o meno tranquilla, a ciondolarmi nel suo ventre.
Eppure, non volevo mangiare la pizza.
Solo perché sentivo il lievito anche nel mio lato B. E quando una donna sente lievitare il proprio lato B, non c’è specchio, parere maschile o bilancia che tenga. Diventiamo insopportabilmente fissate.
Ma, nonostante questo, avevo comunque dovuto ordinarla, perché padre e sorella erano in necessità di carboidrati.
Avevo scelto due pizze a caso, pensando ai gusti dei due affamati. Scanditi gli ingredienti uno ad uno, perché cambiando nome avevano cambiato anche pizze, avevo agganciato il telefono e mi ero messa ad apparecchiare. E a preparare la fin-troppo-sana-insalatona che mi spettava per pranzo.
Il dopo si è svolto più o meno come sempre.
Citofono.
Mezzo infarto da parte mia.
Cani scodinzolanti.
“Mi spiace, ho solo il 50, dovresti cambiarmelo”
“Non posso. Ho solo 2€”
No, frena il cavallo.
Possibile non avere il resto? Possibile presumere che io abbia i soldi contati?
Corsa in casa ho ravanato ovunque. Cassetti, jeans, borse, scrivania. Sono arrivata quasi alla cifra giusta, mancava un euro.
“Che facciamo?”
“Non so, se vuoi andiamo a cambiarli assieme.”
Corri in casa, liberati dell’enorme maglia da uomo e mettine una più consona, indossa le prime scarpe che trovi, prendi la borsa, i 50€ e corri fuori.
E dunque eccomi lì, nella macchina di Marco(?), la musica a palla, parlare del tempo, scherzare sull’accaduto.
Finché, tornata a casa, ho trovato i due affamati e mio padre ha avuto anche il coraggio di rimproverarmi, perché non avevo ancora finito di apparecchiare. E mi sono accorta di non avere il reggiseno.
Holy s**t!