Il giorno libero

 In qualche parte d’Italia, alle 6.30 del mattino, un uomo si sveglia per telefonare alla sua fidanzata/amica/amante/? e scusarsi con lei per ciò che è successo la notte prima. E sa che dovrà lottare contro il proprio nervosismo per digitare correttamente il numero sulla tastiera.
 In un paesello sperduto tra i campi, alle 6.30 del mattino, la julz viene svegliata bruscamente da una telefonata e, imprecando, dopo sole due ore di sonno, investe il gatto per andare a rispondere al telefono nella stanza accanto, E sa che dovrà lottare contro il proprio rincoglionimento mattutino per comprendere che diamine le sta dicendo l’uomo al telefono, ma soprattutto per fargli capire che ha sbagliato numero.
Ora, non importa se tu hai combinato un casino e se non sei riuscito a chiudere occhio. La cosa veramente importante è che ti impari sto benedetto numero di telefono e mi lasci dormire.
Roar.
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Incursione nel regno degli uomini

 Non ero mai stata in una concessionaria.
La mia fedele Smart bianca è un tipico usato aziendale, con tanto di forellini da bruciatura nella tappezzeria interna della portiera e sul sedile del guidatore. Ho sempre pensato che il primo proprietario si fosse dato fuoco ai testicoli con la cenere di sigaretta e l’abbia venduta per pagarsi la plastica/allontanare la sfiga.
Qualche dubbio sul mio abbigliamento sportivo, l’avevo già avuto. Ma, quando ho varcato la soglia del Concessionario Mercedes, ho capito che non ero assolutamente preparata.
Era la sagra dei luoghi comuni.
Sulla destra c’erano una serie di scrivanie, tutte occupate, dove uomini in giacca e cravatta illustravano le meraviglie delle creazioni automobilistiche di ultima generazione, quasi non si trattasse più di semplici mezzi di locomozione a benzina o diesel, ma di opere d’arte. Di fronte a loro, le varie tipologie di clienti: il ragazzo-polo-col-colletto-alzato-e-maglioncino-a-righe-sulle-spalle con fidanzatina-annoiata-che-cincischia-con-l’iPhone, gli over50 impomatati tinti e ri-tinti, l’uomo d’affari con la ventriquattrore di pelle nera e lo sguardo fisso sull’orologio.
Non sapendo che fare, giravo come un pesce rosso nella boccia, osservando le protagoniste del salone, nere o bianche che fossero, attorniate da una folla di uomini che commentavano le varie prestazioni/dimensioni del baule/comodità dei sedili, quasi facendo comunella tra loro.
Finché non è arrivato il genio.
Con l’agilità di un felino ha pigiato un pulsante al posto di guida, facendo scattare la serratura del cofano.
L’ha aperto e c’è stato un’aggregazione di massa di uomini in fissa e mugugnanti, spuntati da chissà dove.
Essendo curiosa, sono andata a raggiungerli e sono rimasta di sasso.
Ora, personalmente non capisco assolutamente nulla di motori e l’unico elemento di cui conosco il nome, perché citato più volte nei film (lo spinterogeno), a quanto mi è stato detto, non esiste più all’incirca dagli anni settanta.
Ma com’è possibile commentare un motore completamente coperto da un guscio di plastica nero? E restarci in fissa per più di 5 secondi di fila?
Un po’ vi invidio, uomini. Riuscite quasi a sembrare competenti, anche in queste situazioni.
Mentre io avevo il tipico sguardo allibito del bambino che vede l’Imperatore nudo, nonostante millanti i suoi vestiti nuovi.