Now what?!

  Avete presente quella scena di Finding Nemo, quella in cui i pesci dell’acquario riescono finalmente a realizzare il piano di una vita, uscire in strada e gettarsi nell’Oceano e lì, dentro i loro piccoli sacchettini di plastica, cominciano a guardarsi l’un l’altro chiedendosi che fare?
Ecco, temo rappresenti pienamente lo stato d’animo di quasi ogni universitario nello stadio finale. Compresa la sottoscritta.
Sottoscritta, tra l’altro, con un mal di schiena fisso da una settimana, causa seduta pressoché costante davanti al pc per scrivere la tesi. Ma come fanno le segretarie? Io dovrò ricorrere a breve a quei cerottoni da anziana signora con sciatica…
Now what?
Forse la risposta è nelle miriadi di progetti che colleziono. O forse, come per l’università,  sarà una scelta totalmente casuale. Proposte di lavoro, sogni, certezze, si accavallano nella mia testa, mentre scrivo di quanti morti quel simpatico micobatterio tubercolare miete l’anno, quanti target per impedirlo e quanto possa effettivamente servire uno degli inibitori della mia proteina, zampetta n°1 (Zmp1 e, sì, ho dato un soprannome alla mia proteina).
Ironia della sorte, mentre la campagna anti-vaccini dilaga sulla base di… boh, il nulla cosmico di conoscenza millantata.
Voglio andare all’estero, voglio una carriera, voglio una famiglia, voglio imparare nuove lingue, voglio sentirmi realizzata in ciò che faccio, voglio tornare a casa stanca morta, ma soddisfatta.
Possono i sogni diventare realtà? Chiedo troppo?
Sì, ho decisamente bisogno di una vacanza.
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L’inganno del Francese

Non sono razzista, o meglio nazionalista. Non odio i francesi. Non odio il Francese. Si chiama ironia.
 
 Non sapendo parlare assolutamente questa lingua, eccezion fatta per Voulez vous paté avec moi (la pubblicità mi ha rovinato la vita), Vie en rose e Oui je suis Catherine Deneuve, ho sempre pensato che il Francese fosse molto romantico.
D’altronde da un banale “Vuoi scopare con me, stanotte” ad un “Voulez vous coucher avec moi, ce soir”, ne passa.
Orbene, mi sono ricreduta.
È successo tutto mentre stavo distrattamente ascoltando la famosa canzone-amplesso del 1969, Je t’aime… moi non plus.
Ecco, moi non plus.
Soffermiamoci un attimo su questa espressione dal suono dolce e soffuso. Sembra quasi una carezza.
Eppure qualcosa non torna.
Così, l’ho googlato (internet illimitato poteeere).
Ed ho scoperto che questa frase dolce dolce, vuol dire… Io no. Io nemmeno.
Tu cosa?!
Sì, lui no, nemmeno lui.
Personalmente gli avrei tirato una padellata sui denti.
Ma Brigitte Bardot (prima) e Jane Birkin (poi), no, loro continuano a gemere. E a dire che lo amano.
Sarà un caso, mi sono detta. D’altronde la canzone era una provocazione e l’uomo non crede alle suadenti parole della partner.
Così mi sono documentata.
Moi aussi je m’aime.
Altra frase bellissima che suona come un cantico delle creature.
E significa Sì, anch’io mi amo.
Parliamone: perché le frasi più dolci e soavi, sono tanto infingarde?
Perché un semplice anch’io (moi aussi) suona di una banalità estrema (della serie, “Massì, lasci pure, anche due etti van bene”), mentre una coltellata al petto come non ti amo (Je ne vous aime pas) è come un fiorellino delicato?
Insomma, per farla breve, ho imparato che il Francese è la lingua perfetta quando vuoi mandare ai freschi qualcuno, ma con estrema grazia e nobiltà.
Dannazione. Ecco che fa una r arrotata.
 
.. aspetto eventuali smentite da madrelingua/studenti di Francese.. illuminatemi..