#1 Il caffè dello studente

 Se devo essere sincera, non sono una patita del caffè.
Un po’ perché a me la caffeina, se assunta al mattino o subito dopo pranzo, fa esattamente l’effetto opposto. Mentre la camomilla mi tiene sveglia tutta la notte.
Sono fatta strana, lo so.
Un po’ perché non frequento bar. E le macchinette universitarie sputacchiano una brodaglia nerastra che non mi esalta particolarmente.
Insomma, la bevanda in sè non è che mi faccia proprio impazzire. Quello che amo è, invece, il momento.
Per dirla all’orientale, la cerimonia del caffè.
Non parlo del caffè sociale, quell’angoletto di ritrovo con le sue apprezzabili ma diversissime implicazioni.
Parlo della mini-caffettiera da due, l’ancora di salvezza dal tedio dello studio del weekend.
Il rito del versare l’acqua fino alla valvola, infilare mano e cucchiaino nella busta di alluminio e rovesciarne con cautela la polvere che, puntualmente, finirà un po’ sul bancone.
Aspettare quei pochissimi minuti finché una fumata bianca di vapore non erutterà dal beccuccio, accompagnata da un borbottio sommesso, che chiede di spegnere il fornello.
La tazzina preferita, giallognola, leggermente scheggiata, con i suoi occhi assonnati e il naso tondo prominente.
E, mentre l’aroma di caffè riempie tutta la cucina, aggiungere abbondanti cucchiaiate di zucchero di canna e mescolare, facendo tintinnare la ceramica.
Uno, massimo, due biscotti secchi banalissimi, da sbocconcellare piano piano, cogliendo l’attimo esatto in cui estrarli dall’ancora fumante bevanda.
Lo stordimento delle mie fin troppo sensibili papille gustative, quella sferzata brutale resa accettabile solo dall’eccessiva quantità di zucchero ambrato in cui, per ripicca, ho dovuto affogare il sapore deciso della miscela pura arabica.
Probabilmente è una bestemmia, per un’italiana come me. Ma devo ammettere che, addirittura, quasi preferisco il caffè americano. A mia discolpa posso dire che fisicamente esprimo al meglio il ramo straniero della famiglia.
Infine, i granelli di zucchero sul fondo.
La parte che preferisco, in effetti. Mi ricorda la crema di caffè casalinga che faceva mia zia la domenica, dopo il lauto pranzo dai nonni. Le risate e la sfida tra noi bambini per ottenere la gigantesca tazza in cui veniva preparata.
Ecco, questa è la mia cerimonia del caffè.
Il momento in cui tutte le preoccupazioni universitarie di mancanza di tempo fisico, piuttosto che ansia data dalla pressochè totale incomprensione della materia, abbandonano, per un attimo, il mio mondo.
Pausa.
Lavo la tazzina, metto in ordine.
Play.