Il giorno libero

 In qualche parte d’Italia, alle 6.30 del mattino, un uomo si sveglia per telefonare alla sua fidanzata/amica/amante/? e scusarsi con lei per ciò che è successo la notte prima. E sa che dovrà lottare contro il proprio nervosismo per digitare correttamente il numero sulla tastiera.
 In un paesello sperduto tra i campi, alle 6.30 del mattino, la julz viene svegliata bruscamente da una telefonata e, imprecando, dopo sole due ore di sonno, investe il gatto per andare a rispondere al telefono nella stanza accanto, E sa che dovrà lottare contro il proprio rincoglionimento mattutino per comprendere che diamine le sta dicendo l’uomo al telefono, ma soprattutto per fargli capire che ha sbagliato numero.
Ora, non importa se tu hai combinato un casino e se non sei riuscito a chiudere occhio. La cosa veramente importante è che ti impari sto benedetto numero di telefono e mi lasci dormire.
Roar.
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Par apparì, bison suffrì

 Ovvero, “Per apparire, bisogna soffrire”.
E quanto è vero?
Ma, soprattutto, perché lo facciamo faccio?
Avevo un’arcata dentale perfetta. Con i suoi bei soldatini in armatura bianca in riga, pronti ad affrontare qualsiasi cosa avessi deciso di mordicchiare. Dalle Bic (lo so, non è una cosa molto fine), alle unghie (il panico, signori, e le mie mani subiscono), ai bastoncini di liquirizia, le caramelle, food più o meno junk. Insomma, tutto. Tagliavo perfettamente anche lo scotch.
Finché non ho messo su Giudizio. E mettendo su Giudizio, si sa, Bellezza passa in secondo piano.
Infatti quei maledetti denti hanno scombinato un po’ l’assetto militaristico delle mie due arcate, spintonando i soldatini che sono andati a cozzare lievemente l’uno contro l’altro.
Nessun problema, finché non mi è venuta la fissa, seguita dalla malsana idea di far controllare la situazione da un’Ortodonzista.
Vanità di vanità.
Ovviamente lei, professionale, aveva la soluzione pronta.
E fatti prendere ste due impronte, no?
Arriviamo quindi ad oggi, un mese dopo aver rischiato il soffocamento dall’alginato che mi ha piazzato in bocca per le impronte.
Sono arrivate loro. Le mascherine.
Trasparenti come gocce d’acqua.
Avete presente i gusci per gli smartphone? Le cover dei vecchi Nokia 3310?
Ecco, il funzionamento è quello.
Solo che non sono perfettamente sagomate sulla mia arcata dentale, ma leggermente spostate.
Così, anche i denti si muovono di conseguenza, ritrovando il loro naturale equilibrio, senza lo yogurt della Marcuzzi.
In compenso fanno un male cane.
La tentazione iniziale era quella di staccarmele e darle in pasto ai pesci. Solo che non c’è il mare.
La seconda idea è stata quella di trovare un metodo per staccarmi tutti i denti e appoggiarli sul comodino, come se avessi la dentiera.
Per giunta, all’inizio parlavo come Paperino. Adesso parlo perfettamente.
Forse ho addirittura migliorato la mia pronuncia dell’inglese.
God save me from my teeth vanity!

#1 Il caffè dello studente

 Se devo essere sincera, non sono una patita del caffè.
Un po’ perché a me la caffeina, se assunta al mattino o subito dopo pranzo, fa esattamente l’effetto opposto. Mentre la camomilla mi tiene sveglia tutta la notte.
Sono fatta strana, lo so.
Un po’ perché non frequento bar. E le macchinette universitarie sputacchiano una brodaglia nerastra che non mi esalta particolarmente.
Insomma, la bevanda in sè non è che mi faccia proprio impazzire. Quello che amo è, invece, il momento.
Per dirla all’orientale, la cerimonia del caffè.
Non parlo del caffè sociale, quell’angoletto di ritrovo con le sue apprezzabili ma diversissime implicazioni.
Parlo della mini-caffettiera da due, l’ancora di salvezza dal tedio dello studio del weekend.
Il rito del versare l’acqua fino alla valvola, infilare mano e cucchiaino nella busta di alluminio e rovesciarne con cautela la polvere che, puntualmente, finirà un po’ sul bancone.
Aspettare quei pochissimi minuti finché una fumata bianca di vapore non erutterà dal beccuccio, accompagnata da un borbottio sommesso, che chiede di spegnere il fornello.
La tazzina preferita, giallognola, leggermente scheggiata, con i suoi occhi assonnati e il naso tondo prominente.
E, mentre l’aroma di caffè riempie tutta la cucina, aggiungere abbondanti cucchiaiate di zucchero di canna e mescolare, facendo tintinnare la ceramica.
Uno, massimo, due biscotti secchi banalissimi, da sbocconcellare piano piano, cogliendo l’attimo esatto in cui estrarli dall’ancora fumante bevanda.
Lo stordimento delle mie fin troppo sensibili papille gustative, quella sferzata brutale resa accettabile solo dall’eccessiva quantità di zucchero ambrato in cui, per ripicca, ho dovuto affogare il sapore deciso della miscela pura arabica.
Probabilmente è una bestemmia, per un’italiana come me. Ma devo ammettere che, addirittura, quasi preferisco il caffè americano. A mia discolpa posso dire che fisicamente esprimo al meglio il ramo straniero della famiglia.
Infine, i granelli di zucchero sul fondo.
La parte che preferisco, in effetti. Mi ricorda la crema di caffè casalinga che faceva mia zia la domenica, dopo il lauto pranzo dai nonni. Le risate e la sfida tra noi bambini per ottenere la gigantesca tazza in cui veniva preparata.
Ecco, questa è la mia cerimonia del caffè.
Il momento in cui tutte le preoccupazioni universitarie di mancanza di tempo fisico, piuttosto che ansia data dalla pressochè totale incomprensione della materia, abbandonano, per un attimo, il mio mondo.
Pausa.
Lavo la tazzina, metto in ordine.
Play.

Quando il PizzaBoy presume

“Pizzeria da Barbara, mi dica”
“…”
“Pronto?”
“Sì, scusi forse ho sbagliato.. È la Pizzeria la Favola?”
“Sì, La Favola, da Barbara. Fa lo stesso”
“Ah, no perché avevo un vostro volantino… Antiquato, pare”
 Effettivamente, non era cominciata nel migliore dei modi.
Non avevo nemmeno voglia di pizza. O meglio, non volevo mangiarla.
Perché per me, rinunciare alla pizza è peggio che andare sulla cima della Tour Eiffel. Per me, che soffro di vertigini e per cui, tra parentesi, inerpicarmi su quel traliccio di ferro arrugginito ondeggiante non ha nulla di romantico.
Penso che il tutto dipenda da mia madre, che si è sparata fin troppo spesso Pizza&Birra nell’arco dei nove mesi in cui ero lì, placida e più o meno tranquilla, a ciondolarmi nel suo ventre.
Eppure, non volevo mangiare la pizza.
Solo perché sentivo il lievito anche nel mio lato B. E quando una donna sente lievitare il proprio lato B, non c’è specchio, parere maschile o bilancia che tenga. Diventiamo insopportabilmente fissate.
Ma, nonostante questo, avevo comunque dovuto ordinarla, perché padre e sorella erano in necessità di carboidrati.
Avevo scelto due pizze a caso, pensando ai gusti dei due affamati. Scanditi gli ingredienti uno ad uno, perché cambiando nome avevano cambiato anche pizze, avevo agganciato il telefono e mi ero messa ad apparecchiare. E a preparare la fin-troppo-sana-insalatona che mi spettava per pranzo.
Il dopo si è svolto più o meno come sempre.
Citofono.
Mezzo infarto da parte mia.
Cani scodinzolanti.
“Mi spiace, ho solo il 50, dovresti cambiarmelo”
“Non posso. Ho solo 2€”
No, frena il cavallo.
Possibile non avere il resto? Possibile presumere che io abbia i soldi contati?
Corsa in casa ho ravanato ovunque. Cassetti, jeans, borse, scrivania. Sono arrivata quasi alla cifra giusta, mancava un euro.
“Che facciamo?”
“Non so, se vuoi andiamo a cambiarli assieme.”
Corri in casa, liberati dell’enorme maglia da uomo e mettine una più consona, indossa le prime scarpe che trovi, prendi la borsa, i 50€ e corri fuori.
E dunque eccomi lì, nella macchina di Marco(?), la musica a palla, parlare del tempo, scherzare sull’accaduto.
Finché, tornata a casa, ho trovato i due affamati e mio padre ha avuto anche il coraggio di rimproverarmi, perché non avevo ancora finito di apparecchiare. E mi sono accorta di non avere il reggiseno.
Holy s**t!

L’inganno del Francese

Non sono razzista, o meglio nazionalista. Non odio i francesi. Non odio il Francese. Si chiama ironia.
 
 Non sapendo parlare assolutamente questa lingua, eccezion fatta per Voulez vous paté avec moi (la pubblicità mi ha rovinato la vita), Vie en rose e Oui je suis Catherine Deneuve, ho sempre pensato che il Francese fosse molto romantico.
D’altronde da un banale “Vuoi scopare con me, stanotte” ad un “Voulez vous coucher avec moi, ce soir”, ne passa.
Orbene, mi sono ricreduta.
È successo tutto mentre stavo distrattamente ascoltando la famosa canzone-amplesso del 1969, Je t’aime… moi non plus.
Ecco, moi non plus.
Soffermiamoci un attimo su questa espressione dal suono dolce e soffuso. Sembra quasi una carezza.
Eppure qualcosa non torna.
Così, l’ho googlato (internet illimitato poteeere).
Ed ho scoperto che questa frase dolce dolce, vuol dire… Io no. Io nemmeno.
Tu cosa?!
Sì, lui no, nemmeno lui.
Personalmente gli avrei tirato una padellata sui denti.
Ma Brigitte Bardot (prima) e Jane Birkin (poi), no, loro continuano a gemere. E a dire che lo amano.
Sarà un caso, mi sono detta. D’altronde la canzone era una provocazione e l’uomo non crede alle suadenti parole della partner.
Così mi sono documentata.
Moi aussi je m’aime.
Altra frase bellissima che suona come un cantico delle creature.
E significa Sì, anch’io mi amo.
Parliamone: perché le frasi più dolci e soavi, sono tanto infingarde?
Perché un semplice anch’io (moi aussi) suona di una banalità estrema (della serie, “Massì, lasci pure, anche due etti van bene”), mentre una coltellata al petto come non ti amo (Je ne vous aime pas) è come un fiorellino delicato?
Insomma, per farla breve, ho imparato che il Francese è la lingua perfetta quando vuoi mandare ai freschi qualcuno, ma con estrema grazia e nobiltà.
Dannazione. Ecco che fa una r arrotata.
 
.. aspetto eventuali smentite da madrelingua/studenti di Francese.. illuminatemi..

Dear Mr Whites

 
Caro Ciao.
 Sto facendo un po’ di pulizia nella mia stanza, su Facebook, persino su WhatsApp.
Sto andando avanti, penso.
Ho lasciato che certe persone uscissero dalla mia vita, poi ho cambiato serratura.
È probabile che qualcuno di loro non se ne sia ancora accorto. Ad ogni modo, non credo che tornerà più.
Non è stato facile, qui senza di te.
E so bene che queste parole, dette da chi l’ha fatta finita, suonano come cacofonia allo stato puro. Unghie sulla lavagna, gessetti che si spezzano. Insomma, qualcosa che proprio non si può sentire.
Non sono la donna di ghiaccio che hai voluto vedere. Mi spiace.
È stata dura anche per me. È dura.
So che stai andando avanti, anche tu, che la tua vita è rimasta quella e ne sono felice. In realtà continuo a pregare perché migliori, ma se a te va bene anche così, tanto meglio.
Mi spiace davvero che non abbia funzionato.
Altre unghie sulla lavagna, lo so.
Abbiamo messo entrambi le nostre energie in quella relazione. Forse ne abbiamo messe troppe.
Forse eravamo sconfitti in partenza. Avrei dovuto accorgermene prima.
L’amore non basta.
Mi hai aperto gli occhi allora, mi hai fatto capire perché continuavo a sentirmi inadatta, nonostante ti amassi.
Perché sì, ti ho amato tanto.
Qualcuno dice che, in realtà, ti amo ancora. Sinceramente, non lo so.
Ma non fa poi tanta differenza.
Ormai sono uscita dalla tua vita. Ed intendo rimanerne fuori, non temere.
Per questo scrivo in un luogo in cui c’è una possibilità pari a zero che tu venga a trovarmi.
Lascio il passo alle persone che ormai ti circondano.
Lei è proprio una stronza, però, concedimelo. Forse sai di chi parlo.
Ma è una stronza con me, per cui con te non dovrebbero esserci problemi.
Anche perché deduco che tu le piaccia molto.
E no, non sono gelosa. Ironia della sorte, avevo già ipotizzato di essermi infilata tra voi, come uno spiffero sotto la porta.
Ragionandoci, credo di essermi ritrovata in mezzo per quasi la totalità della mia vita.
Tra uno e la sua migliore amica zoccola, tra l’altro e il genere femminile, tra l’altro ancora ed il suo Ego. E ora, forse, anche tra voi.
Se non ricordo male, ti avevo accennato il problema una volta. Tu avevi sorriso, poi avevi detto qualcosa di buffo.
Spesso mi manca tutto questo.
Anche se ho provato a negarlo. Anche se mi mostro sempre impassibile e sorrido come al solito.
Anche se ho fatto la cosa giusta.
Vorrei urlare. A volte lo faccio.
Persino tra le braccia di qualcuno, il che è strano per me, che non ho mai voluto che nemmeno tu mi vedessi piangere.
Sto imparando ad essere fragile.
Accetto il fatto di aver abbandonato la nave. Ma anche di aver provato a salvarla.
Mi prendo le mie responsabilità.
E ti auguro ogni bene.
    
Giulia
    

Cotechino di maggio

 Che il mio equilibrio sia spesso e volentieri una cosa precaria, era ormai risaputo.
No? Allora lo scrivo anche qui: sono goffa. Non so esattamente per quale ragione, non sono particolarmente sgraziata, né mi muovo come un tronchetto della felicità. Anzi sono piuttosto molto elastica.
Eppure, prendo dentro ogni superficie spigolosa e parto per voli acrobatici atterrando non sempre dolcemente.
Penso di aver collezionato più lividi io in quasi 25 anni che Rocky Balboa in sei film.
Così, all’1.00 di sabato 4 maggio 2013, mi sono ritrovata a gambe all’aria, su un marciapiede deserto, in una stradina buia, col telefonino accanto che mandava sproloqui.
“Julz, tutto bene? Ma che è successo?? Ehi, mi senti??! Julz? JULZ?!?!”
Gli sproloqui in questione, altri non erano che mia sorella ed il coinquilino, cui avevo telefonato circa 2 minuti prima di effettuare un triplo carpiato laterale, mettendo accidentalmente il piede dx in una buca di proporzioni epiche, nascosta dall’ombra di un SUV.
Abbarbicandomi alla maniglia del sopracitato, come un valido scalatore di roccia, sono riuscita a tirarmi in piedi e, successivamente, a deambulare, in un modo o nell’altro, verso casa.
Morale: la caviglia ha ormai assunto le sembianze di un cotechino verdognolo ed io sono a riposo forzato (pena rottura dei legamenti, così disse il dottore), in semi-spaccata, con tanto di borsa del ghiaccio.
Heather Parisi non è mai stata sexy quanto me in questo momento.