Now what?!

  Avete presente quella scena di Finding Nemo, quella in cui i pesci dell’acquario riescono finalmente a realizzare il piano di una vita, uscire in strada e gettarsi nell’Oceano e lì, dentro i loro piccoli sacchettini di plastica, cominciano a guardarsi l’un l’altro chiedendosi che fare?
Ecco, temo rappresenti pienamente lo stato d’animo di quasi ogni universitario nello stadio finale. Compresa la sottoscritta.
Sottoscritta, tra l’altro, con un mal di schiena fisso da una settimana, causa seduta pressoché costante davanti al pc per scrivere la tesi. Ma come fanno le segretarie? Io dovrò ricorrere a breve a quei cerottoni da anziana signora con sciatica…
Now what?
Forse la risposta è nelle miriadi di progetti che colleziono. O forse, come per l’università,  sarà una scelta totalmente casuale. Proposte di lavoro, sogni, certezze, si accavallano nella mia testa, mentre scrivo di quanti morti quel simpatico micobatterio tubercolare miete l’anno, quanti target per impedirlo e quanto possa effettivamente servire uno degli inibitori della mia proteina, zampetta n°1 (Zmp1 e, sì, ho dato un soprannome alla mia proteina).
Ironia della sorte, mentre la campagna anti-vaccini dilaga sulla base di… boh, il nulla cosmico di conoscenza millantata.
Voglio andare all’estero, voglio una carriera, voglio una famiglia, voglio imparare nuove lingue, voglio sentirmi realizzata in ciò che faccio, voglio tornare a casa stanca morta, ma soddisfatta.
Possono i sogni diventare realtà? Chiedo troppo?
Sì, ho decisamente bisogno di una vacanza.
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Il mio messaggio dentro una bottiglia

 Travolta,  forse è questo il termine più opportuno.
La tempesta non mi ha sorpresa più di tanto. In realtà me l’aspettavo.
Il vero problema è che sembra non cessare mai.
Insomma, non si tratta di una vera e propria tempesta. Forse è più una stagione dei monsoni, questa. Una stagione che dura più stagioni.
Ed io sto ancora lassù, in cima ad un baobab, nonostante la mia paura delle altezze. E non mi limito a star su abbarbicata a mo’ di koala, sgranocchiando eucalipto (che, giusto per essere precisi, è estremamente tossico e, di certo, non si trova sui baobab).  No, continuo a costruire la mia mongolfiera, quella mongolfiera  che mi permetterà di volare via, via da questa tempesta che, con tutta la sua forza, rischia di buttarmi giù dal baobab.
Combatto ogni giorno, imprecando contro i venti avversi,  fingo sicurezza con quelle poche persone che tremano abbracciate ad un albero, gli occhi che non sanno più a chi rivolgersi, esattamente come me.
Ma devo ammetterlo, nonostante le vertigini, non si sta poi così male quassù.
Ho un barattolo in mano, legato con un filo rosso, che mi permette di comunicare con chi, la tempesta, non la sente affatto.
C’è chi si arrampica, poi, per un sempre troppo breve momento, per portarmi una cupola che mi impedisca di sentire i venti.
Ci sono gli altri abbraccia-alberi che mi vedono forte, ma una pacca sulla spalla, a modo loro, cercano di darmela comunque.
 
“Giulia, vedi di finire in fretta così te ne potrai andare, da tutto questo.. Potrai avere una vita tua.”
 
Alle volte temo di sfilacciarmi piano piano, come un elastico teso troppo e troppo a lungo.
Ma sono forte.
Forte.
Forte.

Caccia alla volpe

 Lo so, sembrerà scontato.
Vedendo la miriade di citazioni feisbucchiane, probabilmente chiunque ormai conosce Il Piccolo Principe. O per lo meno ha letto e condiviso i brani principali. Tra cui un famoso dialogo tra il bimbo biondo ed il canide fulvo.
Ma,  parliamone, qualcuno ha mai pensato a quella povera sfigata della volpe?
No, perché, personalmente, un minimo di sconvolgimento emotivo, l’ho avuto.
Insomma quella cosa che pare gastrite e che ti lascia un po’ tra l’amaro in bocca e le farfalle (morte) nello stomaco. Quel rigagnolo di brividi che invece di salire scende, mentre la tua mano si porta sopra la fronte, e si richiude sulle ciocche di capelli che sparano un po’ dove vogliono loro.
Perché la volpe si fa addomesticare?
Se ne sta lì, bella beata, a godersi il sole in quel prato che ha tutta l’aria di essere soffice soffice. Ma soprattutto, è libera. Libera come l’aria, scevra da ogni preoccupazione che non riguardi una sorta di vita vegetativa, per poi…
Farsi accalappiare da un biondino, col viso da angelo.
E l’uso del verbo “fare” è determinante, perché è lei stessa a far sì che lo svampito biondino si renda unico, indispensabile.
La addomestichi.
Che mi ricordi, da bambina, ho sempre provato una sorta di incredulità, arrivata a questo punto del libro.
Non riuscivo a capire quale malsana tendenza autolesionista spingesse quella palletta di pelo a rinunciare alla sua indipendenza per un bambino, per giunta stralunato, che, un giorno, l’avrebbe lasciata. Sicuramente lasciata. Non era nemmeno di quel pianeta.
La cosa buffa, poi, è che, col tempo, un po’ tutti finiamo come la volpe.
Ma la cosa ancora più assurda è che non ci facciamo “addomesticare” una volta sola, no.
Siamo recidivi.
E, nonostante sappiamo già che, presto o tardi, ripeteremo (di nuovo) tutta la trafila, ci ostiniamo a dichiarare disfatta.
Cerchiamo di convincerci che non accadrà mai più, che abbiamo chiuso.
Passano settimane/mesi/anni in cui ritroviamo noi stessi, la nostra libertà.
Finché, qualcuno bussa alla porta. Qualcuno che non si riesce subito a respingere, come i precedenti.
Qualcuno. Che diventa uno. Che diventa il.
Morsa allo stomaco.
Paura. Ecco cos’è.
È che se finalmente ti ritrovi, poi è ovvio che non vuoi perderti. Non di nuovo.
Legarsi, alla lunga, ha sempre significato anche questo: passi indietro. Cambiamenti. Insoddisfazione.
Perché stavolta dovrebbe essere diverso?
Perché farsi addomesticare di nuovo?
E allora diamo la colpa a Il Piccolo Principe. Diamo la colpa a quella dedica scritta in prima pagina, 16 agosto 1996.
A quella sciocca bambina che sogna. A quella volpe masochista che, pur avendo il cuore spezzato, ci guadagna “il colore del grano”.
Il colore del grano, già.
Maledetta volpe.

SottoarpoS

 Chiamatemi Replay.
Scrive cancella e riscrive.
Alle elementari era un po’ il mio incubo, perché essendo mancina (per scelta, ma questa è un’altra storia), nonché impugnando la penna come se volessi accoltellare il foglio (cosa che faccio ancora), mi trovavo sempre mezza frase tatuata sul fianco della mano.
Attualmente è diventato, pare, il mio stile di blogger. Sono arrivata ad un totale di cinque Bozze. Più una serie di articoli cancellati di cui, considerando che ho la memoria effettiva di un pesce rosso, non ricordo il numero. Né il titolo. Né tanto meno di cosa trattavano.
Ogni volta che scrivo, lo faccio come sempre, di getto. Poi rileggo. E tutto mi sembra così distante, estraneo.
È che il mondo sta andando al contrario.
Insomma, il Nobel per la Pace vuole bombardare la Siria!
Non che, nel mio piccolo mondo iperuranio, le cose siano state mai particolarmente, come dire, diritte.
Straight. Che poi, vuol dire tutto, o niente.
Il mio mondo va così, con me che non mi sento più sola, paradossalmente da quando sono single.
Con i nuovi incontri che si rivelano molto più significativi, veri e, soprattutto, sani di amicizie coltivate per un decennio.
E le persone che sento ogni giorno abitano a km e km di distanza, mentre quelle dietro casa non danno segni di vita.
Giorni in cui, per concentrarmi, ho perennemente le cuffiette dell’mp3 (sì, avete letto bene, mp3, non I-melasmangiucchiata) conficcate nel cranio. Mi metto persino a canticchiare sottovoce.
E notti in bianco a sommergere uno sconosciuto di parole, mostrandomi davvero per come sono.
Messaggi di auguri da chi non ti aspettavi più nulla, sia in positivo che in negativo.
Chat frenetiche e quotidiane, tra i due lati del globo, interrotte solo dal fuso orario, cui nemmeno i germi influenzali mi fanno rinunciare.
Il mio mondo virtuale è diventato reale.
Il tutto è abbastanza destabilizzante, vi dirò. Ma assolutamente geniale.
Benvenuta nella tua nuova era, venticinquenne!
3, 2, 1… Pubblica!

La valigia in vacanza

Tempo di fare le valigie.
E subito ti rendi conto che non ne hai nemmeno una.
Già perché quando la famiglia va in vacanza, attinge alla riserva comune.
Genitori in Messico= 1 trolley grande + 1 trolley medio + 1 trolley piccolo
Sorella in Sicilia con fidanzato=1 trolley medio + 1 trolley piccolo
Opzioni rimanenti: borsone piscina o valigia dell’anteguerra.
Ho sinceramente provato a far stare la roba nel borsone (compreso telo mare, lenzuola, asciugamani, etc.) e ce l’avevo quasi fatta.
Se non fosse che chiudendo la cerniera… STRAAAP!
Cassiopea.
A vedermi non si direbbe, ma ho la delicatezza di un elefante in una cristalleria.
Ad ogni modo, la valigia dell’anteguerra va più che bene. È fin troppo capiente per una settimana di vacanza e me sola.
Così, dicevo, lei va in vacanza. Senza di me.
Io la raggiungerò il 18 agosto.
Anche questa è stata una furbata delle mie.
Easy Jet voleva farmi pagare il supplemento bagagli.
Perciò, dato che la mia amica Fra andrà giù una settimana prima in macchina col moroso, perché non darle la mia valigia? Così io e Eli arrivate all’aeroporto non ci metteremo duemila anni per recuperare il bagaglio e potremmo andare direttamente al mare.
Ma non posso partire io prima della valigia?!
Mh, no, forse no.
Almeno stasera, con l’occasione del passaggio dei bagagli, andremo a mangiare al Wok. Il che significa tanto, tanto sushi per me.
Certo, se riesco a far stare la valigia nella Smart.
Dovrei cambiare temporaneamente macchina. Usare quella di mamma.
Na, so già come andrà: staccherò il piccì, uscirò in strada con l’enorme valigia, aprirò la Smart e comincerò a studiare un modo per farcela stare. E, canticchiando la musichetta di Tetris, comprenderò che il bagagliaio è troppo piccolo e la metterò sul sedile passeggero. Con la cintura. E un cappello in testa.
D’altronde è lei quella che va in vacanza. Sob.