Caccia alla volpe

 Lo so, sembrerà scontato.
Vedendo la miriade di citazioni feisbucchiane, probabilmente chiunque ormai conosce Il Piccolo Principe. O per lo meno ha letto e condiviso i brani principali. Tra cui un famoso dialogo tra il bimbo biondo ed il canide fulvo.
Ma,  parliamone, qualcuno ha mai pensato a quella povera sfigata della volpe?
No, perché, personalmente, un minimo di sconvolgimento emotivo, l’ho avuto.
Insomma quella cosa che pare gastrite e che ti lascia un po’ tra l’amaro in bocca e le farfalle (morte) nello stomaco. Quel rigagnolo di brividi che invece di salire scende, mentre la tua mano si porta sopra la fronte, e si richiude sulle ciocche di capelli che sparano un po’ dove vogliono loro.
Perché la volpe si fa addomesticare?
Se ne sta lì, bella beata, a godersi il sole in quel prato che ha tutta l’aria di essere soffice soffice. Ma soprattutto, è libera. Libera come l’aria, scevra da ogni preoccupazione che non riguardi una sorta di vita vegetativa, per poi…
Farsi accalappiare da un biondino, col viso da angelo.
E l’uso del verbo “fare” è determinante, perché è lei stessa a far sì che lo svampito biondino si renda unico, indispensabile.
La addomestichi.
Che mi ricordi, da bambina, ho sempre provato una sorta di incredulità, arrivata a questo punto del libro.
Non riuscivo a capire quale malsana tendenza autolesionista spingesse quella palletta di pelo a rinunciare alla sua indipendenza per un bambino, per giunta stralunato, che, un giorno, l’avrebbe lasciata. Sicuramente lasciata. Non era nemmeno di quel pianeta.
La cosa buffa, poi, è che, col tempo, un po’ tutti finiamo come la volpe.
Ma la cosa ancora più assurda è che non ci facciamo “addomesticare” una volta sola, no.
Siamo recidivi.
E, nonostante sappiamo già che, presto o tardi, ripeteremo (di nuovo) tutta la trafila, ci ostiniamo a dichiarare disfatta.
Cerchiamo di convincerci che non accadrà mai più, che abbiamo chiuso.
Passano settimane/mesi/anni in cui ritroviamo noi stessi, la nostra libertà.
Finché, qualcuno bussa alla porta. Qualcuno che non si riesce subito a respingere, come i precedenti.
Qualcuno. Che diventa uno. Che diventa il.
Morsa allo stomaco.
Paura. Ecco cos’è.
È che se finalmente ti ritrovi, poi è ovvio che non vuoi perderti. Non di nuovo.
Legarsi, alla lunga, ha sempre significato anche questo: passi indietro. Cambiamenti. Insoddisfazione.
Perché stavolta dovrebbe essere diverso?
Perché farsi addomesticare di nuovo?
E allora diamo la colpa a Il Piccolo Principe. Diamo la colpa a quella dedica scritta in prima pagina, 16 agosto 1996.
A quella sciocca bambina che sogna. A quella volpe masochista che, pur avendo il cuore spezzato, ci guadagna “il colore del grano”.
Il colore del grano, già.
Maledetta volpe.
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54 thoughts on “Caccia alla volpe

  1. ma io dico, con tutte le volte che ho letto i commenti da Fannes come ho fatto a non passare mai di qui? O forse l’ho fatto e non me lo ricordo, che è anche più probabile =_=
    anyway, io il libro l’ho riletto qualche mese fa e solo durante quell’occasione l’ho apprezzato davvero, un po’ perché me lo hanno regalato, un po’ perché altrimenti sarei rimasta all’idea fatua che avevo di lui, risalente ai tempi del catechismo, in cui non facevo altro che ridere invece di ascoltare. Che bei rimembri :l

    • Ridere comunque fa bene alla salute 🙂
      Tranquilla, anch’io ho una memoria da pesce rosso.. anche se penso di non averti mai vista da queste parti, per cui benvenuta!

  2. Ho letto il Piccolo Principe solo qualche anno fa, quando ormai ero cresciuto. Ne ho apprezzato la magia ma non come avrei potuto leggendolo da ragazzino. Di “qualcuno” che hanno bussato alla porta invece ne ho incontrati tanti, tante. E capisco benissimo cosa intendi.

    • Penso sia uno di quei (pochi?) libri che assumono un significato completamente diverso a seconda di chi lo sta leggendo, di chi sei TU in quel particolare momento.
      Ed ero tentata di scrivere “Mi spiace che tu capisca”. Ma, forse, il colore del grano vale davvero la pena..

      • Ne possiamo parlare quando vuoi, credo anche di averci scritto un post una volta.
        Molto, molto brevemente, io penso che la felicità non sia uno stato finito e completo. La felicità per me è fatta di momenti più o meno lunghi e uno degli scopi della vita è far sì che quei momenti siano quanto più lunghi e attaccati l’uno all’altro. Per cui io potrei dire che adesso sono felice, magari lo sarò anche stasera e domani e per giorni. Però c’è per forza sempre qualcosa che intacca quello stato, che non ce lo fa vivere appieno o che lo interrompe. Semplicemente perché la perfezione non esiste. Così tu puoi essere felice perché, che so, trovi l’amore e in certi momenti questo vince su tutto. Poi però, boh, litighi con la tua migliore amica ed è ecco che in quel momento non puoi dire di essere felice, anche in generale ti va tutto bene. Sono momenti. Siamo noi.
        (Non rileggo perché so di aver scritto un casino ma è un casino proprio quello che voglio dire. Spero che un minimo si capisca.)

      • Sì, si capisce. È una visione interessante, davvero.
        Per me è un po’ diverso.
        Io sono felice, punto.
        Proprio perché le mie giornate sono piene di quei momenti di cui parli, di quei piccoli dettagli che illuminano tutto quanto. Così anche se per un attimo passa un’ombra scura, poi tirando le somme sai che non puoi altro che essere felice. Perché quell’ombra, come tante altre, non fa che sottolineare la luce.
        D’altronde è solo dove la luce è più intensa, che ci sono le ombre più scure. È utopistico pensare che l’una esista senza l’altra e se proprio potesse, la felicità sarebbe una condizione piuttosto frustrante, senza le ombre.
        La perfezione è noiosa.

        Nemmeno io rileggo, spero solo di essermi spiegata in modo decente.

      • Condivido in pieno quello che scrivi, non è che io mi faccia tutte quelle seghe mentali quando mi chiedo se sono felice o no. In realtà non me lo chiedo nemmeno. Se sei felice lo sai e non c’è niente da aggiungere a quella consapevolezza. E’ vero anche che una cosa non può esistere senza l’altra. Se non fosse così, non ci porremmo nemmeno la domanda, saremmo perennemente sotto la luce e sì, sarebbe alquanto noioso.
        La mia forse era una teoria (chiamiamola così) dettata da una certa inquietudine che fino a qualche tempo fa mi ha accompagnato. Adesso sono molto più sereno e sono sicuro che a quella domanda risponderei senza troppi pensieri: sì, sono felice.

  3. eh già, che in fondo in fondo la volpe sia un tantinello masochista? come tutti del resto, forse se non ci si fa un po’ male non si riesce davvero a assaporare il sublime quando c’è…
    (che poi la volpe è pure quella che rifuggeva sdegnata l’uva irraggiungibile) 😉

  4. Anch’io mi sono sempre chiesta per quale motivo la piccola palla di pelo fulvo rinunciasse alla sua libertà pur sapendo che, l’esserino biondo, ad un certo punto della storia, l’avrebbe sicuramente abbandonata.

    Secondo me, è perché si ha sempre bisogno di qualcuno, per quanto indipendenti si possa essere. Si ha bisogno di farsi addomesticare, di lasciare che ci si prenda cura di noi, non solo per sapere cosa si prova, ma anche per un bisogno fisiologico, un istinto primitivo… correndo il rischio di rimanere feriti.

    Tutto ciò mi porta alla mente, inesorabilmente, il film “Into the wild”. Lo hai visto? 🙂

    • In realtà ancora no, mi sono ripromessa di guardarlo almeno una decina di volte. Ma me lo scordo sempre.
      Devo ricordarmelo, stavolta.

      È un pensiero molto interessante quello che lasci. Bisogno di lasciarsi addomesticare. Non l’avevo vista in questi termini.
      Grazie 🙂

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